mercoledì 23 ottobre 2013

OFFICINA SANCTÓRUM

La chiesa di S.Apollinare di S.Giovanni Persiceto, spazio culturale di grande suggestione, ha ospitato gli artisti Danilo Busia e Mauro Verasani per la mostra OFFICINA SANCTÓRUM; l'esposizione, patrocinata dal Comune di S. Giovanni in Persiceto, in collaborazione con Auser e FIOM, inaugurata sabato 19 Ottobre resterà aperta al pubblico sabato e domenica 26 e 27 Ottobre, dalle ore 10 alle 12,30, e dalle ore 16 alle 19. 

Mauro Verasani, il Sindaco di Sant'Agata Bolognese, l'Assessore alla Cultura del Comune di San Giovanni in Persiceto, Danilo Busia, Laura Magro
  E' stato un piacere per me introdurre questa mostra in cui gli artisti ci presentano attraverso le loro differenti poetiche due temi centrali: il tema del lavoro e il tema della spiritualità. Argomenti che riguardano ciascuno di noi perché sono fondanti dell’individuo. Le opere di Danilo Busia e Mauro Verasani ci conducono ad un viaggio verso l’ambivalenza dell’Essere, sia esso Spirito, Uomo o Materia; è così che partiamo dal valore dell’opera d’arte per guardarci e interpretare la società. Lo straniante accostamento di termini latini nel titolo della mostra “Officina SanctÓrum” (Fabbrica di Santi), è lo stimolo iniziale per iniziare questo viaggio attraverso la poetica dei due artisti, per proseguire nelle riflessioni sui simboli e sui motivi ricorrenti dei loro lavori. Sacro e profano, umano e spirituale, architettonico e organico, tradizione e trasformazione, sono alcuni dei binomi di questo percorso espositivo dalla matrice metafisica (metafisica intesa come espressione che prescinde dalla realtà e dai suoi comuni rapporti per creare una realtà parallela in cui oggetti e persone rappresentate fuori dal loro ambiente consueto, o in accostamenti fantastici, acquistano un nuovo suggestivo significato).  
Quello che, però, accomuna davvero le ricerche dei due artisti è, a mio avviso, un termine preciso: densità. Densità formale, estetica e densità di significati.

 Mauro Verasani, Heilige die arbeit, fotografia digitale montata su pannelli dibond e plexiglass sagomato a volta
Mauro Verasani, Reliquie, sullo sfondo i pannelli fotografici Heilige die arbeit
Mauro Verasani con un’impostazione all’ apparenza semplice, quasi monotona, ci presenta un lavoro fotografico, in cui protagonista è l’Uomo/Operaio/Santo, ovvero il lavoratore che viene santificato attraverso il lavoro. L’utilizzo della fotografia non è un caso, essa è infatti caratterizzata, secondo Verasani, da un forte pregiudizio, ossia il suo legame con la realtà: realtà in cui l'esigenza lavorativa è oggi un motivo principe.
Nella forma a volta dei piccoli pannelli troviamo un chiaro riferimento all’ iconografia cattolica della Pala d’Altare, raffigurante in genere soggetti religiosi quali Santi, Apostoli o Martiri; qui troviamo invece rappresentati dei Santi/Operai in divisa da lavoro, sullo sfondo l’ambiente industriale, sovrastati da un cielo incombente, surreale, che ricorda quasi alcuni dipinti di Tiepolo (come “Il trionfo della Fortezza e della Sapienza”, Collezione Contini Bonacossi, Firenze).
La postura dei soggetti è altezzosa e provocatoria: l’uso della frontalità ci obbliga a un confronto diretto, ci costringe a considerarli. Il ¾ avrebbe offerto allo sguardo una via di fuga, avremmo potuto cercare un profilo o immaginarne la schiena, qui invece l’uso della frontalità è quasi perentorio, è una presa di posizione, una vera e propria presa di coscienza della loro presenza.
Di grande interesse è anche la struttura di queste immagini, che sono seriali, ripetitive, e che si pongono come un chiaro riferimento formale al patrimonio artistico, storico e culturale del territorio. Riscontriamo infatti molti parallelismi  e analogie con l’impianto iconografico bizantino, di cui abbiamo splendidi esempi di opere musive a Sant’Apollinare Nuovo, Sant’Apollinare in Classe, o in quelli meravigliosi della Basilica di San Vitale (è questa occasione di visita e confronto con queste bellissime opere che ci invidiano nel mondo).
Gli elementi dell’iconografi bizantina che ritroviamo nelle foto di Mauro Verasani sono i seguenti:
 - Frontalità dei soggetti, che astrae negli antichi lavori, per Mauro si costituisce come obbligo attenzionale.
      -  La ripetitività dei gesti, che negli Operai si fa postura beffarda, quasi fastidiosa.
      - La fissità degli sguardi e la ieraticità delle espressioni, che diventa sguardo scrutatore dei Santi/Operai.
      - La monocromia degli sfondi è nelle foto un cielo incombente, surreale, sempre simile e sempre diverso.
      - Gli elementi decorativi, ripetitivi e riempitivi, nel contesto industriale di Verasani, diventano sfridi di fabbrica, ma anche capitelli antichi, resti di colonne, evocative di una cultura ‘alta’ uniformata e livellata con una cultura ‘bassa’, produttiva, aspecifica.
      - La mancanza del piano di appoggio che nei bizantini rendeva i soggetti fluttuanti, quasi sospesi, qui è totale assenza: non solo manca il piano ma sono addirittura tagliati i piedi dei soggetti, che appaiono così radicati a terraLa mancanza dei piedi è un elemento alienante. Cristo lava i piedi ai suoi discepoli, gesto ripetuto il Giovedì santo dai dignitari della chiesa. In Daniele 2, 3 da 1-35, Nabucodonosor sogna una gigantesca statua con testa d'oro, petto d'argento, ventre di bronzo, gambe di ferro, e piedi di argilla, raffigurante il succedersi dei regni della terra. I piedi evocano stabilità, noi ci appoggiamo su di loro, ma ci permettono anche di spostarci; gli Operai/Santi sono simbolicamente impossibilitati a muoversi, piantati a terra come alberi, come se le loro radici fossero ben saldate al suolo industriale, imprigionate. Il piede è anche il punto in cui vengono feriti  (a volte fino a morire) gli eroi e gli dèi della tradizione pagana: Ra viene ferito al piede dal verme velenoso di Iside, Orione da uno Scorpione, Achille da una freccia, Filottete da un serpente. Per questo il piede è simbolo di forza ma anche di debolezza.
Questo richiamo iconografico rappresenta il forte segnale dell’importanza e del valore dato al territorio, che è costitutivo dell’individuo; il contesto sociale, urbano, culturale e storico è fortemente caratterizzante per il nostro Essere. Molti altri sono gli elementi interessanti in questo lavoro in cui troviamo ironia, provocazione e denuncia: dalla serialità nell’ utilizzo dell’immagine, all’ uso prospettico di tre punti di vista differenti nell’ inquadratura. L’Operaio/Santo, incombente e ieratico, è visto dal basso, mentre la struttura industriale è ripresa con la prospettiva inversa, dall’ alto (ad indicare quasi l’incongruenza sostanziale tra l’Essere-Uomo e la Fabbrica). Il paesaggio è immobile, l’unica variazione sono gli elementi di sfrido industriale, residui di quel lavoro ‘santificatore’. Il cielo apparentemente immobile, ripreso dal  terzo punto di vista prospettico, subisce delle lievi variazioni, è incombente come gli Operai/Santi e allo stesso tempo rassicurante nella sua fissità, come il paesaggio industriale che circonda le figure fotografate.
Un altro elemento importante sono i dettagli che, proprio grazie alla ripetizione seriale delle immagini, anch'esse prodotto industrializzato dall'artista, riusciamo a individuare. Quasi una sorta di gioco per aguzzare la vista, siamo guidati nello sguardo a cercare le differenze tra immagine e immagine; spunta così la più evidente, il viso degli operai. Cogliamo così la loro soggettività, frammento di una ‘classe operaia’ cui fanno eco le parole di uno splendido Gian Maria Volonté che, nella pellicola del 1971 di Elio Petri “La classe operaia va in Paradiso”, nei panni di Lulù si trova  a dire: “La realtà è la realtà, c’è mica altro...”.


Danilo BUsia, Cattedrale, tecnica mista su tavola smaltata, cm 55 x 55

Danilo Busia, disegni su carta
Lo stesso territorio costitutivo dell’Essere lo ritroviamo in maniera più esplicita nei disegni di Danilo Busia, che racconta, attraverso la rappresentazione grafica, alcune importanti architetture cristiane, reinterpretando gli archetipici luoghi di culto, ibridandoli con le fabbriche industriali.
In questi disegni lo sguardo, anziché essere guidato in un percorso di ricerca, è uno sguardo che sfiora quasi il senso di panico, inghiottito da una moltitudine di particolari chiari e nitidi, dettagliati all’ esasperazione.
La sua è un’analisi del reale in cui il progetto architettonico, dalla prospettiva azzerata, bidimensionale, si tramuta in progetto onirico, immaginifico, lirico.
Lo spazio bianco dello sfondo è uno spazio psichico, quasi uno spazio imbarazzante, ne veniamo colpiti perché il bianco attua una sorta di congelamento, immobilizza. In questa fissità riconosciamo alcuni importanti edifici sacri: La Certosa di Pavia, il Duomo di Ferrara, il Duomo di Modena, il Duomo di Siena, la Basilica di San Vitale, il Duomo di Firenze, il Battistero di Pisa, la Chiesa di San Petronio.
Architetture sacre, edifici religiosi della cristianità, luoghi di culto ma anche contenitori della fede.
Contenitori inerti, appiattiti e astratti nel segno pulito e preciso della graffite, immobili. Sembrano prendere vita nel contrasto cromatico che emerge dall’ ibridazione con le strutture meccaniche industriali: spiccano, infatti, dei contrasti cromatici che salvano il nostro sguardo, emergono proprio da questa ibridazione, fornendogli un approdo, una destinazione. Paradossalmente ciò che ci salva dallo spaesamento è appunto questa ibridazione, questo punto di contatto colorato, il mutamento e trasformazione dell’edificio sacro in fabbrica, una sorta di impossibile germinazione organica sembra scaturire come scaturiscono le sostanze solide, liquide e gassose prodotte dalle fabbriche.
Industrie che si fondono, si saldano, si insinuano meccanicamente nelle strutture architettoniche religiose, nel luogo dello Spirito. Prende vita una sorta di identità meccanico-organica che diventa un nuovo centro di riferimento del tessuto urbano, emotivo e psicologico. Metafora di uno slittamento, ma anche evoluzione, dei valori sociali e morali che strutturano la nostra forma psichica.
Elementi spirituali fondanti della fede, si compenetrano con elementi materiali e terreni, profani e concreti al tempo stesso. Questa ibridazione è quindi costitutiva dei cristiani, le ‘pietre viventi’ dell’edificio della fede. Queste identità ibride divengono metafora della nostra natura, in cui interazione e tensione tra elementi orientati ad una dimensione spirituale, ed elementi, pratiche e interessi che invece si concentrano su aspetti concreti e terreni, generano il mutamento dello Spirito di cui la chiesa è il Sacro Tempio. A Gerusalemme, il grande Tempio di Salomone era il luogo dell’incontro con Dio nella preghiera, eretto per dare un segno visibile della sua presenza in mezzo al popolo. Cristo stesso è divenuto poi “Il Tempio vivente del Padre”. San Paolo agli Efesini disse: “Voi siete edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù. In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo del Signore; in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito”. Queste pietre viventi diventano per Danilo Busia delle componenti meccaniche, lo Spirito si trasforma in una sorta di macchina produttiva, in cui la ripetitività e la ritualità liturgiche diventano la ripetitività e la serialità industriale, in cui la preghiera si fa meccanico mantra; questa produzione è, però, anche energia creatrice, è materia organica, quasi concreta necessità vitale.
Ben si addicono a questo contesto le parole di un autore definito profano, addirittura blasfemo, Henry Miller, che scrisse: “… ho il ricordo affollato di particolari simili a migliaia, miriadi di facce, gesti, storie, confessioni tutte incastrate come una facciata allucinante di tempio indù fatta non di pietra ma d’esperienza della carne umana, un mostruoso edificio di sogno fatto completamente di realtà eppure non di una realtà in sé, ma solo il vaso in cui si contiene il mistero dell’essere umano”.